Incontro di Culture: La Spedizione Perry 1853-54
L’8 luglio 1853, la flottiglia di navi americane al comando del commodoro Matthew Perry fece la sua comparsa, senza preavviso e non invitata, nella Baia di Edo (ora Tokyo), maggiore città del Giappone e sede del governo dello Shōgun. La USS Mississippi e le sue compagne erano una presenza minacciosa e impressionante, a breve distanza dal cuore di un impero insulare e isolato.
Le “navi nere”
L’arrivo delle navi nere nel 1853 fu accolto con allarme e sgomento, ma anche curiosità e meraviglia. Gli artisti nipponici a lungo rivisitarono l’evento con dipinti e stampe destinati a un largo pubblico.
Diversi anni fa presi in mano per la prima volta il volume Fighting Ships 1850-1950 di Sam Willis, storico navale britannico. Il racconto e le riproduzioni dei dipinti giapponesi all’interno del libro trasmisero una frazione di quei forti sentimenti e colpirono di riflesso la mia immaginazione.
In un dipinto d’epoca una nave nera era raffigurata come mostro carico di cannoni, con una polena ghignante, denso fumo fuligginoso, occhi e bocca tremendi. Strani e grotteschi erano sembrati gli occidentali, raffigurati con capelli rossi e occhi blu, e altrettanto mostruose le loro sconosciute creazioni.
Il commodoro Perry era partito nel novembre del 1852 da Hampton Roads in Virginia, dopo aver allestito una spedizione col compito di aprire i porti del Giappone al commercio USA.
Ancor più pressante era l’obiettivo di stabilire stazioni di rifornimento dove piroscafi e navi americane, in particolare i balenieri, potessero comprare carbone, viveri e acqua. Si richiedevano anche aiuto e protezione per i naufraghi. Tutte le richieste erano espresse nella lettera affidata al commodoro dal presidente degli Stati Uniti, Millard Fillmore.
Nel corso di mesi di viaggio e con molti scali di rifornimento, le navi americane avevano attraversato l’Atlantico e l’Oceano Indiano per toccare infine Macao, Hong Kong e Shanghai. La spedizione USA a quel punto era sotto gli occhi guardinghi delle potenze concorrenti, in primo luogo Gran Bretagna, Francia e Impero Russo.
Nei decenni c’erano stati incidenti e alcuni espliciti tentativi di incrinare l’isolamento del Giappone. Tuttavia il governo dello Shōgun aveva risposto con ferrea determinazione e a volte con la violenza per conservarlo.
Secolare isolamento
L’isolamento del Giappone, quasi completo, durava da circa 250 anni ed era diretto in particolare ai paesi occidentali.
Tokugawa Iemitsu, terzo esponente dello shogunato Tokugawa, aveva emesso una serie di decreti per sradicare l’influenza europea, spagnola e portoghese, veicolata dai missionari gesuiti e sostenuta da signori territoriali (daimyo) e samurai convertiti.
Al termine di una serie di rivolte, repressioni e persecuzioni, aveva avuto inizio il Periodo Edo: una lunga, pacifica epoca di crescita economica e artistica: un’era celebrata, spesso sognata e mitizzata. Nessuno straniero poteva metter piede in quel Giappone “finalmente unito e prospero”, e ai sudditi dello Shōgun era proibito viaggiare all’estero.
Scambi diretti con la Cina si erano comunque svolti attraverso il porto di Nagasaki, e gli olandesi erano stati gli unici europei a poter commerciare direttamente col Giappone. Gli scambi con loro si erano svolti sotto sorveglianza, attraverso un’isola artificiale costruita nella Baia di Nagasaki.
Il Periodo Edo aveva trasformato Nagasaki in una città vivace, in cui si potevano vendere e acquistare le merci più esotiche. Attraverso questa piccola finestra filtravano inoltre informazioni e qualche libro dal mondo esterno.
Alla loro comparsa nella Baia di Edo nel 1853, le fiere navi da guerra americane rappresentavano l’apice della tecnologia bellica statunitense. Secondo fonti locali entrarono nella rada in nuvole di fumo fuligginoso e senza nemmeno una vela al vento.

Fig. 1 – Charles R. Chickering, (1953). Francobollo commemorativo dell’Apertura del Giappone; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.
Le navi USS Mississippi e USS Susquehanna erano “pirofregate a ruota” spinte da ruote a pale collocate a mezzanave, vicino alle macchine a vapore. In questo ricordano i famosi battelli fluviali americani apparsi nei film western. I motori a vapore dell’epoca erano inefficienti e consumavano molto carbone, da cui la necessità di una rete di stazioni di rifornimento. La Mississippi e le sue compagne dipendevano ancora in gran parte da una velatura convenzionale.
Gli artisti giapponesi le riprodussero in modo sempre più dettagliato, gigantesche e quasi del tutto nere, con le loro grandi bandiere americane.
Lo “show” dell’America
Al commodoro Perry non mancava il senso dello spettacolo.
Per rendere ancor più inequivocabile la sua presenza, fece sparare a salve “un saluto” dai grandi, ultramoderni cannoni Paixhans montati sulle navi.
Gli intrusi furono presto circondati da giunche e barche poste a guardia della Baia di Edo. Il commodoro, chiuso nei suoi alloggi, fece sapere che portava una lettera del presidente degli Stati Uniti, non intendeva dirigersi a Nagasaki, e avrebbe parlato solo con dignitari di rango elevato. Nell’attesa di una risposta fece puntare i cannoni su un vicino villaggio. Atti simili da parte delle potenze coloniali avrebbero dato origine al termine “politica delle cannoniere”.
L’arrivo dalla costa del primo interprete di olandese rese possibile l’inizio delle conversazioni diplomatiche. Il commodoro Perry si era ampiamente documentato e aveva portato con sé studiosi e specialisti.
Il Giappone rappresentava in molti sensi uno scrigno chiuso.
Quel che si trovava nei libri occidentali era spesso il frutto di estrapolazione, servito con dosi generose di fantasia.
Le due culture erano estremamente distanti. Sapevano poco o pochissimo l’una dell’altra, e i vuoti si riempivano facilmente con sospetto e presunzione, sdegno e rifiuto… ma anche curiosità e fascino. Notizie sulle invenzioni dell’Occidente erano filtrate verso le élite giapponesi da Nagasaki o dagli interrogatori di stranieri e marinai nipponici che avevano risieduto all’estero.
Le autorità erano state avvertite dagli olandesi a proposito dell’arrivo della squadra navale americana. Per il governo dello Shōgun la sorpresa non fu totale, quando disegni e notizie sulle invenzioni dei “barbari” stranieri presero spaventosamente forma nella Baia di Edo.
Alle giunche delle guardie fecero seguito sciami di barche cariche di disegnatori, abitanti della metropoli di Edo, funzionari e samurai, desiderosi di esaminare da vicino le navi nere.
Altri invece, temendo l’imminenza di un conflitto, si allontanarono dalla costa.
Per prevenire temporeggiamenti e scuse, il contrammiraglio Perry ricorse ancora all’intimidazione. Se i dignitari giapponesi non avessero indicato presto un luogo d’incontro, sarebbe sbarcato coi suoi fanti di marina per dare la lettera all’Imperatore.
Consapevoli delle umiliazioni inflitte dai britannici alla Cina poco più di un decennio prima, gli ufficiali dello Shōgun erano pessimisti sulle probabilità di resistere alle truppe e alle armi americane. Conveniva mostrarsi accomodanti, e cedere almeno per il momento alla pressione dei tempi.

Fig. 2 – Wilhelm Heine, (1855). Primo sbarco di americani in Giappone, 1853; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.
Sbarco a Kurihama
Agli americani fu concesso di sbarcare sulla spiaggia di Kurihama.
Il commodoro Perry si era fatto costruire seggi e portantine addobbati con nastri e tessuti blu e rossi, aveva portato le bande musicali “migliori della Marina” e scese a terra con un folto contingente, disciplinato e ben armato. La permanenza fu breve, ma gli americani cercarono comunque d’impressionare i giapponesi con inni e manovre militari. La lettera del presidente Fillmore fu finalmente ricevuta dagli inviati dello Shōgun. Il commodoro promise di tornare per sapere la sua risposta e le “navi nere” lasciarono la baia.
Fu fatto il possibile per rafforzare le difese di Edo, ma lo shogunato era ormai deciso ad acconsentire praticamente a tutte le richieste del presidente, anche se molti daimyo avevano espresso sdegno e disapprovazione.
Notizie e illustrazioni girarono per il Giappone suscitando inquietudine, riflessioni e un ampio ventaglio di sentimenti.
Le stampe che mostravano i visitatori stranieri e raccontavano la loro visita raggiunsero tirature e vendite da record.
Le potenze rivali erano pochi passi dietro gli USA. Il commodoro Perry venne a sapere che poco dopo la sua partenza, l’ammiraglio russo Putyatin aveva visitato Nagasaki senza riuscire a strappare un trattato. Quindi per il gran finale portò otto navi, più uomini, più armi e più musica. Si discusse per settimane senza trovare accordo sul luogo delle trattative e il commodoro, spazientito, ventilò l’ipotesi di ricorrere ai cannoni.
Infine, vicino al villaggio (a quel tempo) di Yokohama, fu allestito un padiglione. Seguirono un banchetto e il primo scambio di doni. A suscitare curiosità fu il comportamento degli americani a tavola, coi loro coltelli e forchette.
Doni dall’America
Ancor più interessanti erano i doni destinati allo Shōgun e agli alti funzionari giapponesi.
Nei documenti ufficiali furono registrati e raffigurati strumenti musicali, armi, attrezzi agricoli, bevande alcoliche, mobili… e una locomotiva funzionante in miniatura. Il commodoro fece assemblare dai suoi un piccolo tracciato ferroviario e le folle accorsero per vederla sbuffare e correre veloce sui binari.
Molti tra i visitatori stranieri interpretarono l’entusiasmo dimostrato dai nativi “sempliciotti” come chiaro segno della superiorità della grande nazione americana.

Fig. 3 – Autore ignoto, (18–). Consegna dei doni americani a Yokohama, 1854. Pubblico Dominio; fonte: Wikimedia Commons.
Il commodoro Perry si era sempre fatto accompagnare e servire da due fanti di marina afro-americani, alti, massicci e armati fino ai denti. Quindi, tra i molti spettacoli offerti ebbe luogo una dimostrazione di forza da parte dei migliori lottatori di sumo. A suscitare ancora stupore tra i locali furono le macchine fotografiche con cui i visitatori scattarono una gran quantità di dagherrotipi.
In quest’occasione i contatti tra i viaggiatori e gli abitanti della zona furono più frequenti e prolungati, e le fonti moderne americane segnalano molti episodi di intolleranza e sfrontatezza da parte di ufficiali e marinai.
Paura e Meraviglia
Lo shock culturale fu naturalmente acuto, e il percorso di reciproca conoscenza e accettazione sarebbe stato molto lungo.
La visita del commodoro si concluse con la firma del Trattato di Kanagawa il 31 marzo 1854. Con la partenza definitiva delle sue navi dal Giappone calò il sipario su un evento unico, eccezionalmente intenso. Il pubblico americano avrebbe presto salutato Perry come “novello Colombo”.
La sua spedizione d’altro canto lasciò un segno molto più profondo e scioccante nella Storia del Giappone. L’avevano inteso le parti informate dell’impero, entrato di colpo nel gioco frenetico e spregiudicato delle potenze coloniali. Qualcuno era convinto che il governo militare dello Shōgun avesse fallito su tutta la linea: aveva reso il Giappone più debole e si era dimostrato incapace di proteggerlo.
Prima che la squadra americana sparisse oltre l’orizzonte però, tra i giapponesi già circolavano informazioni sempre più precise su navi e persone, strumenti e macchine.
La paura e la meraviglia del contatto con l’Occidente avevano suscitato in molti un bisogno impellente di sapere, molto superiore al desiderio occidentale di conoscere un “retrogrado”, benché ricco, paese dell’Asia.
Era balenata la scintilla che avrebbe scatenato in Giappone un cambiamento vorticoso, radicale e pervasivo, entrato nel vivo meno di quindici anni dopo con la caduta dello Shōgun e la Restaurazione (o Rivoluzione) Meiji.
Il commodoro Perry scrisse lettere al presidente ipotizzando l’aggiunta del Giappone ai domini americani d’oltreoceano. Nel frattempo le menti più acute dell’impero ragionavano su come riguadagnare terreno, replicare la tecnologia del motore a vapore, modernizzare il paese e sfruttare le pericolose rivalità tra potenze coloniali.
Naturalmente su un episodio così complesso non possono esserci giudizi “completi e definitivi”.
Nessun fatto remoto, penso, si può separare dal flusso continuo della Storia o accostare brutalmente al presente. Noi che guardiamo da lontano col nostro punto di vista non siamo creature più sofisticate, meno ingenue o imperfette di chi prese parte agli eventi di persona.
All’indomani della partenza del commodoro, qualcuno aveva intuito che restare chiusi nel proprio senso di superiorità era dannoso e forse anche pericoloso.
Malgrado le fasi alterne della Storia, le sue prove e sofferenze, i monumenti commemorativi della Spedizione Perry rimangono oggi nei luoghi della sua visita in Giappone.
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Bibliografia
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- Takeomi, I. «The Black Ships Shock: A Historic Encounter that Changed Japan», 2023, www.nippon.com; https://www.nippon.com/en/japan-topics/g02197/
- Willis, S., Fighting Ships 1850-1950, Londra, Quercus Editions, 2014.
Immagini e fonti
- Immagine di testa – Osai, (1862-1880 circa). Squadra Navale USA delle Indie Orientali nella Baia di Tokyo; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons. (Riproduzione Parziale)
- Fig. 1 – Charles R. Chickering, (1953). Francobollo commemorativo dell’Apertura del Giappone; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.
- Fig. 2 – Wilhelm Heine, (1855). Primo sbarco di americani in Giappone, 1853; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.
- Fig. 3 – Autore ignoto, (18–). Consegna dei doni americani a Yokohama, 1854. Pubblico Dominio; fonte: Wikimedia Commons.