Storia & Cultura

Pirati dei Caraibi, uno sguardo alla loro Storia

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L’oro delle Americhe, luoghi assolati ed esotici, i mari caldi dei Caraibi, cannonate e arrembaggi.

Nell’Inghilterra del primo Settecento, i lettori erano assetati di notizie sui pirati, che arrivavano con navi e merci soprattutto tra primavera ed estate. Questa fascinazione ha del paradossale: i pirati erano, all’epoca, un’autentica minaccia. Le loro storie hanno attirato (o terrorizzato) tante persone. Chi viaggiava per mare nel più dei casi si augurava di non incontrarli mai.

 

Storie di pirati

Il ritratto della pirateria è stato depurato in favore di un pubblico sempre più ampio, ma solo in seguito. Nei primi decenni del Settecento, i settimanali riportavano storie di sangue, saccheggi, violenze, battaglie sul mare, processi e impiccagioni, e il pubblico le divorava.

In questo clima uscì, nel maggio del 1724, il volume A General History of the Robberies and Murders of the most notorious Pyrates (“Storia Generale delle Rapine e delle Stragi dei più famigerati Pirati”), scritto dal misterioso “Capitan Charles Johnson”.

Il grande successo di questo libro portò l’aggiunta di un secondo volume, nuove edizioni, traduzioni e ristampe. Di solito si fa risalire a qui l’esplosione della moderna letteratura piratesca.

General History of the Pyrates descrive sapientemente la vita per mare sulle navi pirata nel Settecento, le “regole” dei bucanieri, pratiche come la scelta del capitano e la divisione del bottino, i sogni di ricchezze e piaceri… e le molte vite troncate. Il libro contiene anche le biografie di pirati che sono stati consegnati alla Storia: Barbanera (Edward Teach), Bartholomew Roberts, Charles Vane, Henry Avery, Israel Hands, e le piratesse Anne Bonny e Mary Read, solo per citarne alcuni.

 

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Irvine, W. B., (1899). Possedimenti e Colonie Britanniche; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons. (Riproduzione Parziale)

I pirati sono esistiti da quando l’uomo va per mare, e le isole dei Caraibi hanno a lungo rappresentato per loro un ambiente unico ed eccezionale.

Negli ultimi decenni del Cinquecento, Francis Drake fu tra i primi a saccheggiare le enormi ricchezze che i galeoni spagnoli riportavano in patria dalle Americhe. Corsaro per gli inglesi ma pirata per le sue vittime, Francis Drake e John Hawkins guadagnarono a Elisabetta I l’ulteriore titolo di “regina pirata” o “regina dei pirati” presso gli spagnoli infuriati.

 

Una ricca, vasta frontiera

Verso la fine del regno di Elisabetta nei primissimi anni del Seicento, i Caraibi rappresentavano per gli europei una frontiera remota, poco popolata ma chiave di ricchissime rotte oceaniche. I ricercati prodotti delle colonie, oro e argento in testa, tornavano verso l’Europa, da cui partivano merci finite dirette in America. Dall’Africa inoltre arrivavano gli schiavi richiesti dall’economia di piantagione.

La limitata strumentazione disponibile nel Seicento obbligava le navi impegnate nei viaggi transatlantici a seguire rotte prevedibili.

Su queste lunghissime tratte ogni isola, dall’America all’Europa, poteva rappresentare un punto di rifornimento per mercanti e marinai, e un nascondiglio o terreno di caccia per i pirati.

Un veliero in navigazione oceanica era realmente un mondo a parte, una comunità galleggiante. Una nave isolata su un’immensa distesa senza legge, per scampare a un’aggressione doveva fuggire, scoraggiare i predoni a cannonate, o nei casi più disperati, provare a resistere all’abbordaggio. L’opzione preferita da pirati e corsari era la resa immediata delle prede, da cui la frequente adozione di bandiere nere o rosse, e simboli terrificanti.

 

Pirati “autorizzati”

Nel turbolento panorama del Seicento, le maggiori potenze erano molto spesso in guerra tra loro, e le vie commerciali più ricche ed esposte passavano dai mari.

Drake e Hawkins avevano solo aperto la strada. Allo scoppio delle ostilità con la Spagna, Francia e Olanda autorizzarono e in molti casi sponsorizzarono redditizie “imprese private” contro il traffico navale nemico. Gli inglesi ripresero la pratica alla prima occasione, e chiamavano questi imprenditori e le loro navi col nome di privateers.

Avere in mano una lettera di marca (o lettera di corsa) e seguirne le direttive poteva rappresentare la differenza tra essere salutato in patria come eroe o finire sulla forca. Il corsaro faceva una guerra efficace e spietata ai nemici del suo paese, riportava navi catturate e merci preziose, arricchiva se stesso, i suoi uomini e chiunque facesse affari con lui.

Per le vittime delle sue rapine era solo un pirata, un barbaro delinquente, un “demonio” e una minaccia alla libera navigazione. Il confine tra le due “professioni” era labile. In molti casi lo stesso capitano era stato o si prestava a essere, a seconda delle stagioni, corsaro, pirata, contrabbandiere, commerciante, marinaio, cacciatore o piantatore.

 

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Pyle, H., (1890). I pirati si uccidono a vicenda per il tesoro; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons. (Riproduzione Parziale)

Per le autorità, proteggere vasti e lontani possedimenti americani non era affatto semplice. Tra Cinque e Seicento, molti piccoli insediamenti spagnoli nei Caraibi fallirono. Il bestiame importato tornò allo stato brado, diffondendosi nel nuovo ambiente in numeri sempre maggiori. La carne cucinata sul boucan, graticola antenata del barbecue, diventò così una fonte affidabile di cibo per i cacciatori che si fecero bucanieri.

 

Convergenze di interessi

I feroci corsari ugonotti erano partiti da La Rochelle, e i loro colleghi operavano da basi sulle coste atlantiche dell’Europa. La successiva generazione invece poté appoggiarsi alle prime colonie che Francia, Olanda e Inghilterra stabilirono nelle isole caraibiche a partire dal 1625, con frustrazione e sgomento degli spagnoli.

Molto prima del Far West, questa era la frontiera: una terra di opportunità, nel bene e nel male. La legge era debole e quasi tutto sembrava permesso, lontano dagli obblighi e dalle costrizioni della vecchia Europa. Gli immigrati che cercavano fortuna nelle colonie erano spesso gente coriacea, versatile e piena di risorse, capace di cogliere le opportunità e cambiar mestiere.

Le necessità di questo ambiente difficile ma promettente crearono discutibili convergenze di interessi. Da una parte c’erano corsari, tagliagole e banditi dei mari, nascosti nelle tante favorevoli insenature dei Caraibi. Dall’altra coloni e amministrazioni locali di nuove colonie sgradite agli spagnoli, come Old Providence, Tortuga, Hispaniola, Curaçao e la Giamaica.

Vista la minaccia spagnola, vera o presunta, i governatori francesi di Tortuga e inglesi della Giamaica iniziarono la pratica sempre più diffusa di distribuire lettere di marca anche in tempo di pace. Favorirono così uno stato di minaccia e ostilità quasi continuo nei Caraibi. Governatori, consiglieri e funzionari, inoltre, prendevano la loro parte dei bottini “corsari”.

 

Agguati nei Caraibi

Per i pirati dell’epoca non era difficile avere in mano più autorizzazioni alla volta e continuare a saccheggiare nel nome dell’Inghilterra, della Francia o dell’Olanda per poi rivendere il bottino nei porti amici. Le guarnigioni locali erano deboli; il rapporto di forze, spesso favorevole ai pirati e alle loro violente brigate. Non conveniva contrariarli.

Nel clima d’incertezza e conflitto era anche più facile per le isole venire a dipendere da questa economia piratesca invece che da colture e materie prime locali. La Giamaica si vide spesso rifornita di ogni bene dalle predazioni dei corsari, che poi spendevano le loro ricchezze “nella città più immorale del mondo”, Port Royal.

Le attrattive della filibusta (da freebooter -> flibustier) erano molteplici, in particolare per chi veniva da una vita di povertà, soprusi e ingiustizie, dalla galera o dal crimine. Il sogno dell’oro, di una vita migliore, lontano dalla spietata disciplina della marina o dallo sfruttamento sul lavoro, inducevano molti a impugnare la sciabola di propria volontà in una ciurma di marinai “liberi e alla pari”. L’idea, almeno in partenza, era di mettere da parte abbastanza soldi per cambiar vita. Alcuni ci riuscivano.

Per i comandanti “corsari”, scelti dall’equipaggio o messi alla testa di una privata iniziativa, c’era la seria possibilità di ottenere riconoscimenti ufficiali e una pensione, o denaro più che sufficiente per una ricca tenuta nelle colonie o perfino in patria.

Le perdite, in particolare per il traffico mercantile spagnolo, furono ingenti.

I pirati, mai contenti, erano una seria minaccia anche per gli insediamenti costieri della Nuova Spagna, al punto che i coloni erano quasi sempre pronti a fuggire nei boschi non appena si avvicinava “una vela sospetta”. Infine gli spagnoli decisero di assumere i loro guarda costas, cacciatori di pirati che si davano anche all’attività corsara contro gli inglesi.

 

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Pyle, H., (1888). Morgan a Porto Bello; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons. (Riproduzione Parziale)

Gloria e bottino

Nel 1671 il famigerato Henry Morgan, con una lettera di corsa e una flottiglia di bucanieri, saccheggiò la città di Panama (Panamá la Vieja). In pochi anni aveva fatto lo stesso con Puerto del Príncipe, Porto Bello e Maracaibo, beffando truppe e navi spagnole.

L’attacco contro Panama però arrivò quando l’Inghilterra aveva appena concluso la pace con la Spagna (Trattato di Madrid, 1670). Il corrotto governatore della Giamaica finì nella Torre di Londra, ma Morgan fu accolto nella capitale come un eroe popolare. Le sue storie affascinarono perfino il re, Carlo II, che lo nominò baronetto. Malgrado la ricchezza, gli onori e la carica di vice-governatore della Giamaica, Morgan si trovò presto inseguito da voci sui suoi metodi, tremendi e sanguinari.

A Henry Morgan è collegato Alexandre Exquemelin, autore di un altro libro-cardine sulla pirateria, De Americaensche Zee-Roovers (I bucanieri americani”, 1678), predecessore dell’opera di Capitan Johnson. Popolare e tradotto dall’olandese in più lingue, il libro trattava fatti di scottante attualità ed è basato, sembra, sull’esperienza personale di Exquemelin nell’equipaggio di Morgan. Il risultato, arricchito con storie e biografie di pirati, non è considerato estremamente affidabile. Morgan però lesse il libro e intentò causa per diffamazione a proposito di alcune parti truci e ignobili del suo assedio di Porto Bello.

 

Il vento cambia

Nel corso della lunga pace con la Spagna, furono le navi inglesi e i loro nuovi e ricchi commerci a finire nel mirino di Tortuga e degli ex-corsari della Giamaica, e questo finalmente portò Londra a un radicale cambio di politica.

Gli amministratori corrotti vennero rimpiazzati con governatori ostili alla pirateria, e la Royal Navy stabilì una crescente presenza nei Caraibi, alterando i rapporti di forze. Inoltre, molte comunità che in precedenza sostenevano i “corsari” col tempo avevano cominciato a trarre affidabili profitti dai commerci e dalle piantagioni. Per di più la pausa delle ostilità nei Caraibi aveva lasciato i tagliagole a corto di obiettivi “legittimi”. Per sbarazzarsi di queste mine vaganti vennero messi in campo mezzi legali e meno legali.

 

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Autore Ignoto, (17–). Il capitano pirata Henry Avery e la sua nave, la “Fancy”; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.

Le basi e le incursioni degli ex-corsari si spostarono in mari più favorevoli come le acque del Nordamerica, le coste dell’Africa Occidentale e perfino l’Oceano Indiano. La devastazione di Port Royal in un maremoto nel 1692 accelerò il processo.

 

Nemici del genere umano

Nel 1695 in un altro clamoroso episodio, Henry Avery si mise alla testa di una squadra di navi pirata con base in Madagascar, e assalì un grande convoglio Moghul impegnato nel pellegrinaggio a La Mecca. Diverse navi indiane furono sorprese e catturate, comprese le due più grandi, cariche di tesori. La storia è riportata da Capitan Johnson, secondo cui la nipote dell’imperatore Moghul era sulla nave ammiraglia presa da Avery.

Il risultato fu terrificante per le vittime e generò un gravissimo incidente diplomatico per la Gran Bretagna e la sua Compagnia delle Indie Orientali. Avery, stando alle voci, aveva messo le mani sul bottino pirata più grande di sempre. Finì al centro di una caccia all’uomo in tutti i domini britannici e oltre, ma nonostante ogni sforzo fece perdere le sue tracce.

A questo punto era guerra aperta tra la Royal Navy e i pirati, “nemici del genere umano”.

La fine della Guerra di Successione Spagnola nel 1713 produsse un numero consistente di marinai sfaccendati, esperti e corruttibili, ma liberò forze navali regolari, britanniche e non solo, capaci di esercitare maggior controllo sugli oceani sempre più trafficati.

La frontiera americana si era spinta oltre i Caraibi e il confronto tra Francia e Gran Bretagna stava per spostarsi nel Nordamerica. Privati delle loro protezioni, i pirati si fecero più disperati e i loro bottini sempre più esigui.

 

Il crepuscolo della pirateria nelle Americhe

Capitan Johnson attribuì queste parole a Bartholomew Roberts (1682-1722), uno degli ultimi pirati dei Caraibi.

«L’onesto servizio offre misere razioni, stipendi bassi e duro lavoro. Qui ci sono abbondanza e sazietà, piaceri e riposo, libertà e potere. Chi non vedrebbe il merito in questa scelta, quando tutto il pericolo che c’è, nel caso peggiore, è di ricevere un paio di sguardi torvi prima della forca? No; una vita allegra e breve! Questo sarà il mio motto».

Roberts, dopo una carriera piratesca folgorante ed eccezionale per i suoi tempi, fu raggiunto a sorpresa dal vascello britannico HMS Swallow e morì investito da una scarica di mitraglia.

Le potenze coloniali dovettero impegnarsi molto per eliminare il fenomeno, ma l’idea di una vita da filibustiere, malgrado la disponibilità di reclute e di ricche prede, fu resa di fatto impossibile. La guerra di corsa è un discorso a parte e sarebbe riemersa ancora, anche se in modo più controllato.

Con la fine dell’ultimo comandante pirata rimasero a bocca asciutta tutti coloro che aspettavano di leggere sui giornali storie di viaggi esotici, battaglie sui mari, ricche rapine ed efferati delitti. Barbanera, Bartholomew Roberts e Henry Avery rappresentano l’ultima fase di una tradizione piratesca che negli anni ‘20 e ‘30 del Settecento fu vinta e smise di rappresentare un pericolo.

Da qui in poi i libri di Capitan Johnson e dei suoi successori hanno fatto nascere una sorta di mitologia. Creata sulle prime anche per esorcizzare una paura reale, è stata sempre più idealizzata, con le sciabole e i coraggiosi arrembaggi, teschi e tibie, tesori sepolti e passeggiate sull’asse. Condizionato dalla curiosità e dalle necessità del suo pubblico, il mito ha assunto una vita a parte. È cresciuto e si è sviluppato nel tempo, e con le sue fortune ha oscurato la vera storia delle sue origini.

 

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Bibliografia

  • AA. VV., «Alexandre Exquemelin», 2025, en.wikipedia.org; https://en.wikipedia.org/wiki/Alexandre_Exquemelin
  • AA. VV., «Golden Age of Piracy», 2025, en.wikipedia.org; https://en.wikipedia.org/wiki/Golden_Age_of_Piracy
  • AA. VV., «Pirate Chic», 2004, theage.com.au; https://www.theage.com.au/national/pirate-chic-20040130-gdx7ph.html
  • Barbour, V., «Privateers and Pirates of the West Indies», The American Historical Review, 16:3, 1911, pp. 529-566.
  • Bialuschewski, A., «Daniel Defoe, Nathaniel Mist, and the “General History of the Pyrates”», The Papers of the Bibliographical Society of America, 98:1, 2004, pp. 21-38.
  • Brooks, B. C., «”Born in Jamaica, of Very Creditable Parents” or “A Bristol Man Born”? Excavating the Real Edward Thache, “Blackbeard the Pirate”», The North Carolina Historical Review, 92:3, 2015, pp. 235-277.
  • Strootman, R.; van den Eijnde, F.; van Wijk, R., Empires of the Sea: Maritime Power Networks in World History, Leida, Brill, 2020.
  • Willis, S., Fighting Ships: From the Ancient World to 1750, Londra, Quercus Editions, 2010.

 

Immagini e fonti

  • Immagine di Testa – Dixon, C., (pre-1934). HMS Swallow alla battaglia di Capo Lopez contro Bartholomew Roberts; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons. (Riproduzione Parziale)
  • Fig. 1 – Irvine, W. B., (1899). Possedimenti e Colonie Britanniche; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons. (Riproduzione Parziale)
  • Fig. 2 – Pyle, H., (1890). I pirati si uccidono a vicenda per il tesoro; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons. (Riproduzione Parziale)
  • Fig. 3 – Pyle, H., (1888). Morgan a Porto Bello; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons. (Riproduzione Parziale)
  • Fig. 4 – Autore Ignoto, (17–). Il capitano pirata Henry Avery e la sua nave, la “Fancy”; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.
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About Francesco Pellegrini

Mi chiamo Francesco Pellegrini e da anni opero come scrittore e autore di articoli; in precedenza ho collaborato con i siti Corrienerd.it e Mentinfuga.com. Il mio obiettivo con storiegames.it è di intrattenere e informare, sui due settori che mi stanno più a cuore: Storia e Cultura, e Videogiochi. Per entrambi coltivo una passione e un interesse di lunga data, che hanno influenzato il mio pensiero e la mia scrittura. Vi saluto e vi do appuntamento al prossimo articolo!

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