La cultura del Duello: Decatur contro Barron, 1820
Nei decenni a cavallo tra Sette e Ottocento, i duelli rappresentavano una piaga, specialmente nelle élite e tra gli ufficiali di molte società occidentali. La pratica, illegale, osteggiata dalla Chiesa e perseguita spesso con leggi severe, continuava da tempo malgrado le proibizioni e mieteva regolarmente vittime. Per chi lo praticava, il duello era una necessità; l’espressione suprema di un codice antico e nobile. Per molti amici e familiari, e per un numero crescente di critici, era un’usanza crudele, una barbarie.
L’onore del gentiluomo
In epoca napoleonica, essere un membro dell’élite in Francia, Gran Bretagna, Spagna e anche nei nuovi Stati Uniti voleva dire essere pronti a difendere il proprio status, letteralmente a spada tratta. Le prassi, il comportamento e il modo di comunicare dei gentiluomini di un tempo oggi appaiono opachi, arcaici e imperscrutabili. Forse un gentiluomo ci direbbe che è naturale per noi non capire, perché ci mancano l’onore, l’educazione, le responsabilità e i doveri di un eminente membro della società.
Un uomo onorevole mantiene la parola, è affidabile, non fugge davanti al nemico, non cede alla paura, ha coscienza del ruolo pubblico e lo ricopre nel modo migliore. Molti di questi concetti rappresentano virtù dal fascino duraturo, ma il vecchio codice del «gentiluomo» e il suo linguaggio sono passati di moda come vestiti antiquati, costumi d’epoca.
Nello scorso articolo avevo parlato della prima impresa di Stephen Decatur, ricordato ancora oggi come “un autentico eroe americano”, celebrato dalla stampa e dal pubblico del suo tempo. Ma la figura dell’eroe è fatta di luci e ombre. La perfezione non fa parte della condizione umana e non si può essere i migliori in tutto. Ognuno, uomo o donna, possiede vizi, mancanze o punti deboli.
L’imprevedibilità del conflitto
Il successo dell’operazione contro i pirati di Tripoli portò a Decatur la promozione a capitano. Per un giovane ufficiale dal grande talento, conquistare vittorie per il suo paese significava anche gloria e guadagno per se stesso. La gloria però ha un prezzo elevato, e per quanto la giovane Marina americana sia stata attiva nei primi decenni, non c’erano opportunità sufficienti per tutti, anzi. L’imprevedibilità di ogni conflitto, capace di spazzar via navi e vite umane, aveva ancor meno rispetto per le speranze di un giovane ufficiale.
Dopo aver distrutto la USS Philadelphia nel porto di Tripoli, Decatur fu chiamato a unirsi alla commissione d’inchiesta che ne giudicò il capitano, William Bainbridge, liberato dopo il trattato di pace col Dey. Faceva parte della commissione anche un ufficiale più anziano, il capitano James Barron. Decatur aveva prestato servizio agli ordini di Barron, e aveva sviluppato una certa insofferenza nei suoi confronti.
Malgrado la spinosa questione della cattura da parte dei pirati, Bainbridge uscì dalla prova libero da ogni colpa. Convinto che Decatur avesse salvato la sua carriera, Bainbridge diventò suo amico e si unì ai molti che ne cantavano le lodi. Per di più, qualche anno prima, Decatur aveva aiutato suo fratello minore a vincere in duello.

Fig. 1 – Cozzens, F. S., (1897). Incidente Chesapeake-Leopard; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.
Nel 1807, la sfortuna toccò a Barron, ora commodoro. Barron, al comando della fregata USS Chesapeake, fu attaccato in tempo di pace dal vascello britannico HMS Leopard. La Leopard era a caccia di «disertori»: americani precedentemente arruolati a forza nella Royal Navy. Investito a sorpresa dalle furiose bordate degli inglesi, Barron fu ferito.
La Chesapeake, appena uscita dal porto, non poteva sostenere l’azione. Quindi il commodoro fu costretto ad ammainare la bandiera e sottostare alle pretese degli inglesi. La corte marziale radunata nel 1808 accusò Barron di essersi fatto cogliere impreparato.
Decatur non voleva partecipare al giudizio a causa della sua antipatia per Barron, ma non poté esimersi. La sentenza, spesso criticata, fu di condanna. Il commodoro, sospeso e senza paga per cinque anni, viaggiò all’estero sui mercantili e faticò a sostenere la sua famiglia. Le ristrettezze continuarono anche oltre questo termine, perché Barron non aveva i soldi per tornare in patria e riprendere servizio.
La ricerca della gloria
Nella Guerra del 1812 contro la Gran Bretagna, Decatur conquistò ulteriore gloria ma a sua volta, sul finire del conflitto, ebbe un rovescio di fortuna. Nel 1814 fu raggiunto vicino a Long Island da una superiore squadra navale inglese, e in una breve battaglia venne ferito, costretto ad arrendersi e a consegnare la USS President. Alla fine della guerra gli furono tributati grandi onori, ma per alcuni, Decatur si era arreso “troppo presto”.
Decatur non poteva permettere a questa disavventura di oscurare la sua stella, e si mise alla ricerca dell’opportunità giusta per tornare a stupire. L’occasione si mostrò nel 1815: i pirati di Algeri erano tornati, sulla scia della guerra anglo-americana, ad attaccare navi ed equipaggi USA. Anche William Bainbridge era ansioso di mostrare il proprio valore contro i “corsari”, dopo la perdita della sua Philadelphia e la penosa prigionia, dieci anni prima.
Decatur però spese credito e influenza per farsi affidare il comando delle operazioni. Concluse l’intera faccenda a tempo di record e conquistò la “vittoria finale” contro i pirati berberi. Bainbridge, che lo chiamava amico, rimase a bocca asciutta e si considerò tradito.
Se si poteva rimproverare qualcosa a Stephen Decatur, era la cronica ricerca della gloria. E l’aveva avuta. Col suo bel naso greco, richiamava la memoria degli eroi dell’Iliade.

Fig. 2 – Chappel, A., (prima del 1887). Stephen Decatur; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.
Al culmine della sua fama, il commodoro Decatur era diventato molto ricco e influente: uno dei Commissari della Marina. Era sposato felicemente con una bellissima donna, Susan Wheeler, aveva una grande casa nella capitale e poteva ottenere il comando di qualunque nave. Diversi suoi contemporanei, con ammirazione e un po’ d’invidia, lo vedevano come l’uomo che aveva tutto. La sua gloria era sotto gli occhi dell’intera nazione, ma all’interno della Marina si nascondevano astio e rancori.
Invidia e Maldicenza
Quando finalmente fece ritorno in patria nel 1818, Barron sapeva che l’antipatia di Decatur nei suoi confronti non si era mai spenta. In diverse conversazioni in pubblico, Decatur aveva sparso sale nelle ferite di Barron. L’aveva inquadrato come elemento indegno di prestare servizio nella Marina USA, e in modo più o meno diretto aveva ostacolato il suo pieno reintegro.
Barron gli scrisse chiedendo spiegazioni. Il linguaggio complicato della corrispondenza mostra ambiguità e lame celate, specialmente da parte di Decatur. Il tono del carteggio degenerò nei mesi seguenti finché Barron, constatata la gravità e la persistenza delle offese ricevute, sfidò il suo nemico a duello.
Decatur, da gentiluomo e personaggio in vista, naturalmente non era estraneo alla pratica. Come professionista delle armi, disse, non intendeva declinare alcuna sfida. I più vicini collaboratori e amici però rifiutarono di assisterlo: alcuni già consideravano il duello un’usanza barbarica. Solo un uomo, che si era riavvicinato a lui di recente, accettò di aiutarlo: William Bainbridge. All’approssimarsi dello scontro, i contendenti dovevano astenersi da ogni comunicazione. Ai loro assistenti, “i secondi”, di norma persone di fiducia, andava il compito di organizzare il sanguinoso incontro in modo equo e onorevole, e proteggere gli interessi dei rispettivi duellanti.
Barron scelse come suo secondo il capitano Jesse Elliott: pieno di risorse e audace, ma anche uomo intrigante, invidioso e vendicativo. Anni prima Elliott era stato rivale di un amico di Decatur, Oliver Hazard Perry, fratello di Matthew Perry. C’era stato anche un duello. Dopo la morte di O. H. Perry per malaria in Venezuela, Elliott spostò la sua collera su Decatur.
Secondo diverse ricostruzioni, Elliott si adoperò per diventare confidente di Barron e seminò zizzania, comportandosi da autentico “Iago”.

Fig. 3 – Daderot, (2011). Pistole da Duello francesi del Royal Ontario Museum; Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication, fonte: Wikimedia Commons.
Il giorno del duello
Ulteriori sospetti si sono accumulati attorno alle modalità e regole scelti da Bainbridge e Elliott. La mattina del 22 marzo 1820, i duellanti si affrontarono a distanza ridotta, poco più di 7 metri.
Barron, 52enne, era al suo primo duello e notoriamente miope. Il 41enne Decatur invece era abile con la pistola: se la distanza fosse stata maggiore avrebbe preferito sparare a vuoto, disse a un amico. Ma a 7 metri soltanto, doveva almeno ferire l’avversario per proteggersi.
Rompendo il tradizionale silenzio, Barron disse: «Spero che all’incontro nel prossimo mondo saremo in rapporti migliori, di amicizia».
«Non sono mai stato vostro nemico, signore». Fu la replica di Decatur. I secondi avrebbero dovuto cogliere qualunque occasione per facilitare un dialogo ed evitare che la parola passasse alle armi. Invece decisero di procedere.
Bainbridge cominciò a contare fino a tre. Prima però aveva dato tempo ai contendenti, in piedi uno davanti all’altro, di alzare le pistole e mirare. Questa scelta anticonvenzionale aumentò ulteriormente la letalità dello scontro. Al due, le pistole puntate spararono quasi nel medesimo istante. Decatur e Barron caddero entrambi a terra, feriti gravemente al fianco. Credendo di essere sul punto di morire, si perdonarono a vicenda.
Il medico chiamato a prestare soccorso ai contendenti raccontò che si era trovato davanti la scena finale di una tragedia. Ma per Barron, anche se ferito gravemente, un recupero sembrava possibile. Per alcune fonti il suo secondo, Jesse Elliott, era già fuggito. I due contendenti si salutarono con affetto. Certo della sua prossima fine, Decatur disse: «Avrei preferito morire per il mio paese»; fu portato via da una carrozza e morì a casa sua quella notte.

Fig. 4 – Neagle, J. B., (1829). Il commodoro James Barron; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.
Washington D.C. accolse le notizie con stupore, lacrime e rabbia. Qualcuno disse che era già partita una caccia ai secondi, ma Bainbridge e Elliott rimasero nascosti fino al calmarsi delle acque e non furono puniti. Altri si domandarono perché Decatur, l’uomo che aveva tutto, aveva dovuto accendere quella miccia fatale.
Gli esiti
Barron sopravvisse, anche se la ferita continuò a infastidirlo per il resto della sua lunga vita; riprese servizio a terra per la Marina.
Decatur fu pianto da migliaia di concittadini; alle esequie ufficiali parteciparono il presidente Monroe, gran parte della sua amministrazione e del Congresso. Susan Wheeler-Decatur non abbandonò mai la convinzione che suo marito fosse stato attirato in una trappola mortale, circondato da nemici.
Molti episodi chiave della vita dell’eroe Decatur, soprattutto le sue parole, sono stati registrati per la posterità. Il quadro che possediamo oggi, per quanto ricco di documenti, è credibile ma parziale. Frasi e fatti possono essere omessi o spostati. Potenziali elementi-chiave per un’interpretazione, sono soltanto voci o sospetti. Lettere sono andate perdute o sono state bruciate.
Gli studiosi hanno esaminato scrupolosamente fatti e testimonianze, e hanno offerto ipotesi documentate. Quella che ho dato è una lettura probabile della fine di Stephen Decatur. Ma siamo tutti umani e le versioni più apprezzate sembrano essere quelle più melodrammatiche.
Nella Storia e nelle storie personali è più semplice vedere nette consequenzialità, simmetrie e «destini», come nei libri e nel teatro. Un pubblico difficilmente rinuncia a un eroe bello, audace e vittorioso, dopo averlo seguito a lungo. Il singolo, fatale difetto, l’orgoglio e la ricerca della gloria, si prestano all’idea di un crepuscolo tragico. Decatur, morto giovane, non ha mai conosciuto il declino dell’età.
Dal capitolo finale del “romanzo” che è stata la sua vita per noi emergono con forza la tragedia e lo spreco, ma anche l’assurdità e le contraddizioni della feroce cultura del duello e dell’«onore». Questa eredità “cavalleresca”, il segno dell’élite, è entrata in conflitto con l’onesto servizio alla società nel momento in cui il duello è stato riconosciuto come pratica nociva. Monarchi e giuristi vararono leggi che punivano duellanti e complici, a lungo applicate in modo sporadico. Solo tempo e riflessione, sforzo e sacrificio hanno spostato la percezione del pubblico. Il duello è stato spogliato delle sue connotazioni romantiche e nostalgiche, ed è diventato uno scandalo e un crimine.
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Bibliografia
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- AA. VV., «Stephen Decatur», 2025, en.wikipedia.org; https://en.wikipedia.org/wiki/Stephen_Decatur
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- Lotman, Y., Christians, L. E., «The Duel», Pushkin Review, 20, 2018, pp. 41-54.
Immagini e Fonti
- Immagine di testa – Autore Ignoto, (18–). Duello tra Aaron Burr e Alexander Hamilton; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons (Riproduzione Parziale);
- Fig. 1 – Cozzens, F. S., (1897). Incidente Chesapeake-Leopard; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons;
- Fig. 2 – Chappel, A., (prima del 1887). Stephen Decatur; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons;
- Fig. 3 – Daderot, (2011). Pistole da Duello francesi del Royal Ontario Museum; Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication, fonte: Wikimedia Commons;
- Fig. 4 – Neagle, J. B., (1829). Il commodoro James Barron; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.