Pirati del Mediterraneo: Assalto alla USS Philadelphia, 1804
Negli scorsi articoli parlavo di Pirati dei Caraibi e dell’immagine per molti versi fantasiosa e depurata che ne possediamo oggi. Il nostro Mar Mediterraneo però, cuore di tanti e ricchi commerci marittimi, è stato insidiato dalla pirateria da molto prima che i coloni occidentali giungessero in America. Dei banditi del Mediterraneo però non rimane una memoria romanticizzata e favolistica come quella del bucaniere con gamba di legno, pappagallo e bottiglia di rum. Tutt’altro.
Flagello dei naviganti
Coi pirati del Mediterraneo ebbero a che fare a più riprese gli Antichi Romani. Solo per fare un paio di esempi, un famoso episodio delle Vite Parallele di Plutarco vede il giovane Giulio Cesare prigioniero dei pirati della Cilicia. Sempre su Plutarco si basa Shakespeare, che in Antonio e Cleopatra racconta di Sesto Pompeo alleato dello scaltro pirata Menas.
Un’epoca più famigerata, e molto lunga, inizia con le scorrerie dei “turchi”. Partendo dalle coste centro-occidentali del Nordafrica, i corsari berberi si fecero notare per intraprendenza, avidità e ferocia già nell’Alto Medioevo. Lo scenario presenta diverse somiglianze con quello caraibico: navi pirata veloci e sfuggenti, attacchi a sorpresa, grandi potenze in conflitto, lettere di marca distribuite in tempo di pace, corruzione a volte profonda tra le autorità.
La pirateria ebbe notevole impulso da ambo le parti ai tempi delle Crociate. Successivamente il sorgere della potenza ottomana spinse i regni occidentali, che ne percepivano la grave minaccia, a sostenere ogni possibile sforzo per combattere l’avanzata «del Turco». Durò secoli una spregiudicata competizione tra i potentati barbareschi, tributari dell’Impero Ottomano, e i “corsari” cristiani: sardi, greci, siciliani e maltesi, spagnoli e francesi. Un picco si ebbe tra Cinquecento e Seicento: pirati e “corsari” depredavano mercanti e viaggiatori, uccidevano chi si opponeva, catturavano navi e persone per esigere riscatti, saccheggiavano le coste e prendevano schiavi. Miguel de Cervantes fu per anni prigioniero ad Algeri.
Sulle rive più minacciate apparvero torri d’avvistamento e piccole guarnigioni. Misure di contrasto come queste potevano alleviare il problema ma non eliminarlo, finché duravano complicità e protezioni. Alcuni pirati occidentali si fecero un nome come “terrori del Levante”. Particolarmente truce in Europa invece è la memoria dei più audaci e terribili pirati barbareschi. Apparivano all’improvviso in luoghi indifesi, lontani e “fuori portata” e facevano sparire interi villaggi nelle stive delle loro navi per poi vendere uomini, donne e bambini al mercato degli schiavi.
A differenza di “empi” bucanieri come Edward Teach, che famosamente vantava di non dar nulla al re o a Dio, i pirati cristiani e musulmani addussero regolarmente giustificazioni e pretesti di ordine religioso per le loro violenze. Nel Settecento con l’affievolirsi di queste contese e l’indebolimento dell’Impero Ottomano, l’attività corsara degli europei nel Mediterraneo si ridusse, mentre il traffico commerciale continuava a crescere.
Sul finire del XVIII secolo però gli stati barbareschi erano ancora una forza impossibile da ignorare. Avevano cresciuto un’economia “piratesca” che avrebbe fatto invidia a Port Royal o Tortuga accumulando ricchezze, rispetto e prestigio. I velieri occidentali, presi di sorpresa o in un momento di difficoltà, cadevano troppo spesso preda delle galere pirata, spinte da rematori, rapide e per lo più indifferenti al capriccio del vento.

Fig. 1 – Lapie A.; Lapie, P., (1829). Mappa del Mediterraneo Orientale; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.
Doni e Tributi
La conquista dell’indipendenza nel 1783 privò i neonati Stati Uniti d’America della protezione della Royal Navy britannica e di certe “garanzie” pagate profumatamente dal governo di Londra. A quel tempo Pascià e Dey del Marocco e delle reggenze di Algeri, Tripoli e Tunisi esigevano «doni» e «tributi» per garantire un passaggio sicuro ai naviganti. Poi pagavano una percentuale all’Impero Ottomano, di cui erano tecnicamente vassalli. Regno Unito e Francia dominavano tra l’altro i traffici nel Mediterraneo e versavano una certa quota, così andavano e venivano liberamente. Giocatori di secondo piano come Svezia, Danimarca, Regno di Sardegna e Regno delle Due Sicilie invece non potevano pagare esosi tributi. Quindi si trovavano spesso “in guerra” coi potentati berberi, ne subivano le predazioni e vedevano drasticamente ridotto il loro potere concorrenziale.
Alla lista delle vittime si aggiunsero presto navi e marinai della giovane nazione americana. Thomas Jefferson aveva insistito sulla necessità di accrescere l’influenza economica dell’America proteggendo con forza la sua libertà di commerciare con chi voleva e inserirsi nei mercati più remunerativi, anche in tempo di guerra. Il Mediterraneo era uno dei punti focali del commercio internazionale.
Di fronte alle predazioni dei pirati barbareschi però gli Stati Uniti dovettero rassegnarsi a offrire doni e tributi. Gli americani non potevano proteggere le navi mercantili in acque lontane senza una marina militare. Jefferson era stato ambasciatore in Francia, segretario di Stato e vicepresidente. Coi suoi contemporanei aveva ragionato da subito sul percorso che avrebbe portato gli USA allo status di grande potenza. Per tenere gli Stati Uniti fuori da conflitti frequenti e prolungati però non bastava la diplomazia; occorreva una forza dissuasiva.
Ci vollero tempo e laboriosa persuasione per indurre il Congresso a dedicare parte del magro bilancio federale alla costruzione di navi da guerra. Jefferson tornò più volte a scontrarsi duramente con Alexander Hamilton, segretario del Tesoro, e la sua proposta di avvicinarsi e appoggiarsi alla Gran Bretagna per ricevere protezione.
Le pretese dei potentati berberi con gli anni si fecero ancor più esagerate. Con o senza l’autorizzazione dei loro governanti, i corsari presero occasionalmente navi e prigionieri americani in barba a trattati e garanzie, fiduciosi nell’arrivo dei riscatti. All’inizio dell’Ottocento, simili smodati tributi ammontavano a una frazione consistente del bilancio federale USA.
Jefferson aveva dichiarato che il contribuente americano non poteva sopportare il peso di questa estorsione. Nel 1800 fu eletto presidente degli Stati Uniti e assunse la carica l’anno successivo. Il pascià di Tripoli chiese un’ulteriore tranche di «doni», e Jefferson mise in atto la politica che a lungo aveva sostenuto rifiutandosi di pagare. Il pascià dichiarò guerra.

Fig. 2 – Wells, (1803). Stampa a incisione della USS Philadelphia; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.
Jefferson inviò nel Mediterraneo la nuovissima, prima squadra navale USA in missione oltremare per contrastare i pirati. Un moderato successo fu conquistato dalla fregata USS Philadelphia, che bloccò due navi corsare a Gibilterra finché i predoni spazientiti non le smantellarono e si dispersero. A parte questo i primi due anni non portarono risultati. Anzi, il console americano a Tunisi lamentò che gli ufficiali della flottiglia si comportavano come se fossero in vacanza. Nel novembre 1803 la Philadelphia tornò in azione lanciandosi all’inseguimento sotto costa di un’imbarcazione pirata in corsa verso Tripoli.
Missione segreta
Ormai vicina al porto ostile, la grande fregata americana manovrò per tornare indietro. S’incagliò su una secca non segnata sulle carte e fu presto circondata da cannoniere berbere. Ogni sforzo per liberarla fu inutile. La Philadelphia dovette arrendersi: col suo capitano, William Bainbridge, e l’intero equipaggio fu catturata dai pirati che era stata inviata a reprimere.
La notizia si diffuse in fretta generando enorme imbarazzo per gli USA e la marina della nuova repubblica. Furono considerate diverse vie per assicurare il ritorno dei prigionieri; d’altro canto, la Philadelphia non poteva assolutamente rimanere in mano ai corsari. Il porto di Tripoli era pesantemente fortificato, sorvegliato dall’esercito del pascià e pullulante di navi ed equipaggi corsari che da tanti mesi sfuggivano alle fregate americane. Un assalto convenzionale era escluso. A parte il rischio, non c’erano le risorse.
Il commodoro Edward Preble, all’ancora a Siracusa, considerò una pericolosa passata con la sua squadra per bombardare e distruggere la Philadelphia da lontano. Un ufficiale giovane e intraprendente, Stephen Decatur, arrivò con i mezzi giusti per un piano alternativo. Con la sua piccola goletta, la USS Enterprise, il tenente Decatur aveva catturato da poco un’imbarcazione pirata, una ex-“nave bombarda”. L’ufficiale suggerì un’audace incursione nel porto di Tripoli per abbordare la Philadelphia, liberarla e portarla via: una missione segreta.
Il commodoro autorizzò il venticinquenne Decatur a scegliere 75 volontari, imbarcare rifornimenti, attrezzarsi e salpare accompagnato dal brigantino USS Syren. Gli ordini però erano di distruggere completamente la Philadelphia, in modo che i pirati non potessero mai impiegarla. La missione aveva il sostegno materiale del Regno di Napoli che fornì anche personale e competenze, incluso un pilota siciliano di grande esperienza, Salvatore Catalano.

Fig. 3 – King, C. B., (1815-25 circa). Ritratto di Stephen Decatur; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons
La traversata fu difficile. Una metà dei rifornimenti andò a male, la nave bombarda era pensata per la navigazione costiera e rischiò di affondare in una burrasca tra la Sicilia e la Libia. Inoltre Decatur e i suoi persero di vista la nave d’appoggio nella tempesta.
La notte del 16 febbraio
Gli americani giunsero in prossimità di Tripoli a mezzogiorno il 16 febbraio 1804. La Syren era probabilmente ancora lontana. Non si poteva aspettare; il morale della ciurma era in calo e secondo i marinai un’altra tempesta distava un giorno appena. Quella notte, nelle abili mani di Catalano, la nave camuffata scivolò tra le acque del porto di Tripoli, tra le tante imbarcazioni ormeggiate. Al centro svettava la Philadelphia. Nell’oscurità rischiarata da poche luci, una sentinella notò il battello in avvicinamento, chiamò e chiese spiegazioni. Catalano però non conosceva bene solo i porti della regione, ma anche lingue e costumi. Rassicurò la guardia e gli fu permesso di accostarsi alla Philadelphia.
Sessanta tra ufficiali, marinai e fanti di marina americani balzarono fuori dai nascondigli sottocoperta e scalarono veloci il fianco della fregata. Si avventarono sulle guardie con sciabole e coltelli, e le eliminarono senza troppo rumore. Mentre Decatur faceva collocare il materiale incendiario preparato in anticipo sulla Syren, scattò un allarme. Alcune sentinelle erano riuscite a fuggire su una barca. Il porto fu allertato e dalla fortezza di Tripoli partirono le prime cannonate.
Decatur tornò sulla sua nave e si allontanò dalla Philadelphia mentre il fuoco che cresceva nella pancia della fregata già ne assaliva il sartiame. Catalano guidò la sua imbarcazione nel crescente panico che s’impossessava del porto. La Philadelphia splendeva nella notte, avvolta dalle fiamme. Dai suoi pezzi ancora carichi cominciarono a partire colpi a casaccio; libera dai suoi ormeggi, andò a finire proprio contro la fortezza.

Fig. 4 – Moran, E., (1897). Incendio della fregata Philadelphia nel porto di Tripoli; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons
Una volta fuori dal vespaio di Tripoli, Decatur trovò ad attenderlo la Syren. Con l’aiuto della nave d’appoggio, lui e i suoi superarono la nuova tempesta e fecero ritorno a Siracusa.
Il tramonto dei pirati del Mediterraneo
Il conflitto continuò tra alterne vicende fino al 1805: un contingente misto di marines americani e mercenari mediterranei, dopo una marcia nel deserto da Alessandria d’Egitto, s’impossessò del porto di Derna. La pressione per il pascià di Tripoli divenne insostenibile. Come parte del trattato di pace del 1805, dovette liberare tutti i prigionieri americani dietro pagamento di un ultimo riscatto.
Il successo dell’operazione di Decatur fu un grande colpo propagandistico e di prestigio per gli USA. Ufficiali di tutte le marine europee rimasero impressionati. Lord Nelson salutò l’impresa come «l’atto più audace della nostra epoca», una gloria di cui gli americani sono ancora fieri. Stephen Decatur, anche grazie alle successive gesta, divenne un autentico beniamino della stampa e del pubblico. È celebrato come ufficiale modello e autentico “eroe americano”. I suoi ritratti apparvero su francobolli e banconote. Gli sono stati intitolati luoghi, borghi, strade, navi. Scuole negli USA portano tuttora il suo nome.
Gli Stati Uniti non versarono più alcun tributo ai potentati barbareschi e gli attacchi corsari si ridussero drasticamente… per un certo periodo. Tuttavia la loro minaccia era vicina al definitivo tramonto. La storia di Decatur e l’assalto alla USS Philadelphia ha attirato l’attenzione di giornalisti, scrittori, e gli artisti che con la penna o col pennello hanno illustrato le scene di cui ho parlato.
I corsari berberi nel primo Ottocento potevano servire indirettamente loschi interessi nelle stanze del potere, ma erano temuti e disprezzati da naviganti europei e americani, e dalla gente comune. Thomas Jefferson aveva intuito che i pirati erano i perfetti antagonisti contro cui scatenare la forza degli Stati Uniti, e mostrare a tutti che con l’America non si scherzava. Anche se nel 1805 le relazioni tra USA e Gran Bretagna erano fredde, la missione contro i corsari trovò favore e cooperazione presso ufficiali della Royal Navy a Gibilterra e a Malta.
In particolare dopo la fine delle guerre napoleoniche, l’intesa tra Francia e Gran Bretagna, gli sforzi congiunti degli USA e delle altre potenze minori, e il progresso tecnologico dell’Occidente misero fine nel giro di alcuni decenni alla secolare attività piratesca dei potentati berberi.
Stephen Decatur comandò l’ultima, vittoriosa campagna americana contro Algeri nel 1815, assicurandosi il suo posto da eroe nell’epica della giovane nazione: affascinante, carismatico e amato in primo luogo dai suoi marinai e ufficiali. Le imprese sue e di altri storici comandanti come Nelson hanno ispirato tante storie. La Fiction ha trasportato l’appassionato pubblico all’interno di una vita marinara densa di avventure, battaglie, curiosità storiche e fedele servizio al proprio paese. Gli episodi più attraenti della Storia assumono le tinte e la voce del romanzo, già alla prima comparsa tra le pagine dei periodici.
Se ti è piaciuto questo articolo, seguimi e non perderti i nuovi update. Condividilo coi tuoi amici e aiuta il mio piccolo Blog a crescere. Grazie e a presto!
Bibliografia
- AA. VV., «First Barbary War», 2025, en.wikipedia.org; https://en.wikipedia.org/wiki/First_Barbary_War
- AA. VV., «Stephen Decatur», 2025, en.wikipedia.org; https://en.wikipedia.org/wiki/Stephen_Decatur
- Armstrong, A., «THE MOST DARING ACT OF THE AGE: Principles for Naval Irregular Warfare», Naval War College Review, 63:4, 2010, pp. 106-118.
- Cassar, P., «The Maltese Corsairs and the Order of St. John of Jerusalem», The Catholic Historical Review, 46:2, 1960, pp. 137-156.
- Fishbein, R. H., «Echoes from the Barbary Coast», The National Interest, N° 66, 2001-2002, pp. 47-51.
- Sofka, J. R., «The Jeffersonian Idea of National Security: Commerce, the Atlantic Balance of Power, and the Barbary War, 1786–1805», Diplomatic History, 21:4, 1997, p. 519-544.
- Willis, S., Fighting Ships 1750-1850, Londra, Quercus Editions, 2007.
Immagini e Fonti
- Immagine di testa – Gudin, T., (1858). Battaglia tra un vascello francese e due galere barbaresche; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons (Riproduzione Parziale);
- Fig. 1 – Lapie A.; Lapie, P., (1829). Mappa del Mediterraneo Orientale; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons;
- Fig. 2 – Wells, (1803). Stampa a incisione della USS Philadelphia; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons;
- Fig. 3 – King, C. B., (1815-25 circa). Ritratto di Stephen Decatur; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons;
- Fig. 4 – Moran, E., (1897). Incendio della fregata Philadelphia nel porto di Tripoli; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.