Storia & Cultura

Pirati dei Caraibi, nella fiction e nell’immaginario comune

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Le storie dei pirati dei Caraibi e dei loro tesori nascosti, come quelle di cowboy, sceriffi e banditi del Far West, sono entrate a far parte del gran mito del Nuovo Mondo. Ho concluso lo scorso articolo, uno sguardo alle loro origini e percorso nella Storia, col passaggio nel reame della letteratura e della finzione.

Storici e critici non trovano accordo sull’affidabilità di A General History of the Robberies and Murders of the most notorious Pyrates (Storia Generale delle Rapine e delle Stragi dei più famigerati Pirati). Il volume del Capitano Charles Johnson (1724) però è attraente e ben documentato e, anche se mescola fatti e leggende, è stato la prima fonte di autori e artisti che sono venuti dopo. Storie, illustrazioni, dipinti, fumetti, il cinema e infine i videogiochi hanno descritto la curiosa orbita della figura del “pirata” nella cultura del loro tempo, per arrivare a oggi.

 

La nascita di un mito

Dopo Capitan Johnson l’interesse per pirati e corsari persistette, e nel mondo anglosassone è testimoniato da autori come Lord Byron (Il corsaro, 1814) e Sir Walter Scott (Il pirata, 1821). Il poema di Byron in particolare fu un grande successo da subito. Il suo corsaro Conrad è un eroe romantico. Tormentato e con tanti vizi, combatte contro un malvagio pascià turco e s’innamora della donna che ha liberato dal suo harem. La loro storia finisce tragicamente.

L’opera di Byron stende una lunga ombra sui suoi successori: i primi passi della romanticizzazione del pirata passano proprio attraverso questo periodo, le sue sensibilità e la fascinazione per ciò che si perde o è perduto.

Nel 1844 esce il romanzo americano Fanny Campbell, the female pirate captain (“Fanny Campbell, capitana dei pirati”) e la sua protagonista è una donna bellissima, abile e piena di risorse che alla vigilia della Guerra d’Indipendenza si veste da uomo e prende il comando di una nave corsara per liberare il suo fidanzato dai perfidi oppressori inglesi. Il successo negli USA fu tale da convincere molti lettori che Fanny Campbell esistesse davvero.

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Fig. 1 – Wyeth, N. C., (1911). Copertina di “L’Isola del Tesoro”; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.

Una ‘X’ sulla mappa del Capitano Flint

L’Isola del Tesoro (1883) di Robert Louis Stevenson però rimane probabilmente la più influente opera letteraria sui pirati dei Caraibi, e il suo travolgente e durevole successo ha generato una lunghissima serie di adattamenti e derivazioni. Il libro, presentato come una storia per ragazzi, andò ben oltre la prevista fascia di pubblico.

Il ritratto dei pirati e della loro vita creato da Stevenson ha fortemente influenzato l’immaginario comune, fino a oggi, perfino nei dettagli come il pappagallo sulla spalla, la gamba di legno, la X che indica il tesoro sulla mappa e canzoni piratesche come “Quindici uomini sulla cassa del morto”. Le illustrazioni d’epoca basate sulle descrizioni di Stevenson hanno creato il look iconico del pirata: fazzoletto in testa, orecchini, coltello tra i denti, sciabola, fascia di cuoio sul petto e pistole.

 

Come intuirono gli impresari del teatro e del cinema, la storia gira essenzialmente attorno a due personaggi. Ci sono il protagonista, il giovane Jim Hawkins, e l’antagonista, il “cuoco” (e pirata) Long John Silver, noto ai suoi come Barbecue, un autentico bucaniere.

Jim Hawkins viene lanciato in un’avventura fitta di pericoli, di violenza, di promesse e tranelli, alla ricerca del tesoro del Capitano Flint. Uomini a tratti severi ma professionali e di sani principi, come il dottor Livesey e il capitano Smollett, rappresentano un appiglio saldo di coraggio e moralità nel turbine degli eventi. Il sornione Silver, invece, con la battuta pronta, l’aria complice e il fascino maledetto, incarna le promesse di quella “vita breve e allegra” indicata da Bartholomew Roberts.

Le scelte di Jim ne rivelano l’intraprendenza e la bontà di carattere, e il suo percorso si compie con l’ingresso nell’età adulta da giovane onesto e responsabile.

I pirati con cui Jim e i suoi alleati combattono sono nel più dei casi dei manigoldi, violenti, assassini e viziosi, ma sulla figura di Silver, sulla sua ambiguità e complessità si sono concentrate molte riflessioni. Il gusto moderno di solito ha preferito inquadrarlo come “un buon diavolo” che ha protetto Jim a costo di mettersi contro la sua imprevedibile ciurma; alla fine non si riesce a condannarlo.

Il carisma e la simpatia offuscano le gravi responsabilità di Silver come comandante degli ammutinati dell’Hispaniola e mente dei loro piani. Più o meno da qui in poi, le interpretazioni della figura del pirata si sono fatte più benevole.

 

Corsari e pirati gentiluomini

Il Corsaro Nero (1898) di Emilio Salgari appartiene a un filone vicino ai trend più moderni. Il suo protagonista, Emilio di Roccabruna, è un aristocratico che ha subito una grave ingiustizia, e intraprende l’attività corsara contro gli spagnoli in cerca di vendetta contro un acerrimo nemico di famiglia. I seguiti d’autore o apocrifi, gli adattamenti e derivazioni cinematografiche testimoniano il successo di pubblico del personaggio: una sorta di antieroe a tratti implacabile e truce, ma onorevole.

Il confine tra corsaro e pirata è rimasto labile nella fiction, al punto che i termini nel linguaggio comune sono quasi intercambiabili. Ma la distinzione se sottolineata può ancora fare un mondo di differenza nella percezione pubblica del personaggio, e gli autori lo sapevano bene. Francis Drake non è stato l’unico corsaro della Storia a essere ricordato come un eroe in patria; la Spagna ha figure come Amaro Pargo, e la Francia, personaggi celebrati come Charles Surcouf e il franco-olandese Jean Bart. La marina francese ha intitolato navi da guerra a entrambi.

 

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Fig. 2 – Della Valle, A. (1906). Copertina di “Le Tigri di Mompracem”; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.

 

Tornando al regno della Fiction, Salgari dedica il romanzo Le Tigri di Mompracem (1900) al suo personaggio più famoso, Sandokan, la Tigre della Malesia. È vero, Sandokan non opera nei Caraibi, ma non si può escludere dal discorso attorno all’immagine comune che possediamo del “pirata”, in particolare qui in Italia.

 

La Tigre della Malesia

Come il Corsaro Nero e altri pirati gentiluomini della Fiction che sono più o meno suoi contemporanei, Sandokan ha origini aristocratiche. È un principe, come il capitano Nemo di Ventimila leghe sotto i mari (1869-70). Ha subito gravissime ingiustizie e sofferenze per mano degli inglesi suoi nemici, è un condottiero e un combattente per la libertà. I più famosi adattamenti interpretati da Kabir Bedi hanno amplificato questo e altri aspetti cruciali di Sandokan. È un personaggio dal carisma folgorante, che lascia una magnetica prima impressione.

Sandokan raduna molti degli appeal delle storie di pirati, e li raccoglie proprio nella sua persona. Ha in sé il fascino dell’esotico e del mistero, di luoghi e viaggi sognati, lontani dal grigiore ordinario, e nei suoi occhi c’è il fulmine della battaglia. È un pirata temuto e impetuoso, ma anche altruista, formidabile e deciso. Implacabile con gli invasori europei, alimenta l’isola di Mompracem con le sue scorrerie. Col procedere dei romanzi che ne illustrano la storia, Sandokan agisce sempre più come difensore dei deboli. In televisione la ferocia della Tigre è stemperata, mentre la lotta contro l’oppressione è accentuata. Sandokan possiede un suo codice d’onore, non viene meno alla parola data ed è pronto ad affrontare qualunque insidia per salvare un amico o una persona cara.

Gli uomini desiderano seguirlo e le donne vorrebbero essere corteggiate da lui. Muscoloso e attraente, il Sandokan dei romanzi è indicato spesso come personaggio da feuilleton, affascinante e ben vestito, una figura regale. Sandokan e la sua Marianna, la Perla di Labuan, sono un’ideale coppia da copertina.

 

D’altro canto Capitan Uncino, antagonista di Peter Pan (1911) condivide il gusto per la cultura e l’eleganza, ma è un personaggio negativo. Spietato, avido e senza scrupoli, Uncino si configura come “perfetto” contrario di Peter Pan. Nei molti, anche famosi adattamenti, Uncino e i suoi sconfinano spesso nel nuovo filone dei pirati un po’ ridicoli, buffi e incompetenti. Al contempo permettono a Peter Pan di vivere le sue avventure “piratesche” sul mare, tra arrembaggi, acrobazie e sciabolate.

Già dalla seconda metà dell’Ottocento, le opere di maggior successo sui pirati furono attorniate da derivazioni, parodie più o meno buffe e opere minori, testimoni dell’elevato e costante interesse di pubblico.

 

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Fig. 3 – Warner Bros., (1935). Foto promozionale di Olivia de Havilland per “Capitan Blood”; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.

Capitan Blood e il balzo nel mondo del cinema

I libri di avventure piratesche dell’autore italo-britannico Rafael Sabatini, come Capitan Blood (1922) sono stati rapidamente adattati per il cinema. Sabatini parte da un contesto storico scrupolosamente ricreato per raccontare la storia del suo capitano, un acuto e abile medico irlandese. Catturato nel pieno delle contese dinastiche e religiose che coinvolsero le isole britanniche nel Seicento, viene venduto come schiavo nei Caraibi. La sua odissea piratesca parte dopo un attacco spagnolo, e Blood si trasforma in uno scattante bucaniere e spadaccino. Il cinema non mancò di esaltare la relazione tra Blood e la giovane che l’aveva comprato, Arabella, nel corso delle loro avventurose vicende.

L’adattamento del 1935 con Errol Flynn (Blood) e Olivia de Havilland (Arabella) è una pietra miliare nello sviluppo dell’immagine moderna del pirata affascinante impegnato in una lotta impari. Fatto altrettanto importante, è anche una storia d’amore tra bellissimi dell’epoca d’oro di Hollywood.

 

Capitan Blood ha consolidato delle “regole” che, tramandate da molti emuli nei fumetti e nel cinema, ci sono rimaste. Il pirata galantuomo, costretto da circostanze avverse, intraprende le sue scorrerie per sopravvivenza e per combattere un nemico davvero infame, spregevole e soverchiante. La sua bontà di cuore è dimostrata dall’atteggiamento generoso verso i deboli, dalla volontà di rischiare per salvarli, e dall’amore onesto e sincero. La sua amata, col procedere verso i nostri standard, diventerà una compagna d’avventure alla pari.

Errol Flynn e Olivia de Havilland tornarono un paio d’anni dopo sugli schermi per La leggenda di Robin Hood (1938). Il parallelo con Capitan Blood ha incastonato nell’immaginario comune le figure di tanti pirati moderni come giustizieri e “Robin Hood dei sette mari”.

Sulla scia di Sabatini e dei successi cinematografici, l’autrice inglese Daphne du Maurier col romanzo Frenchman’s Creek (1941) è considerata una delle prime autrici ad aver proposto il lato fascinoso del pirata a un pubblico prevalentemente femminile. Du Maurier è stata tra le pioniere di un filone ricco e influente di storie d’amore tra una donna avventurosa, sempre più emancipata, il suo bel tenebroso, e le promesse di un viaggio infinito tra le onde dell’oceano e lo splendore delle isole.

 

Il “buon pirata” della Fiction

Nell’epoca contemporanea gli esempi di questo “buon pirata” ripulito e lontano dalle sue sanguinose origini sono sempre più svariati. Parliamo del cinema e dello sport, della pubblicità e della canzone, dei fumetti e della moda, dei videogiochi e della rete. È coinvolto un pubblico di tutti i colori e di tutte le età. Si tratti di carnevale o Halloween, il costume da pirata per i bambini rappresenta una scelta buffa, inoffensiva e forse perfino un po’ troppo classica.

Quello del pirata è davvero un abito rimasto a lungo nei nostri armadi e riempito con significati sempre più vari e disparati, non solo attraenti, ma di tendenza. Il “buon pirata” è uno spirito libero, un simbolo di libertà e avventura, accostato nella storia recente all’anti-colonialismo, alla ribellione giovanile e all’anticonformismo. È quasi impossibile che venga mostrato mentre rapina viaggiatori indifesi o innocenti: il buon pirata è in lotta contro i lati più storici della sua figura. Sarà il “pirata malvagio”, suo rivale e antagonista, a perseguitare e sfruttare gli indifesi, oppure un governatore corrotto, un nobile incapace, o un altro simbolo di oppressione.

 

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Fig. 4 – Lu, R., (2016). Pirates of the Caribbean – Battle for Sunken Treasure; Licenza Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain, fonte: Wikimedia Commons. (riproduzione Parziale)

Il pirata della porta accanto

Di questi noti elementi è buona rappresentante la recente e famosa saga cinematografica iniziata nel 2003 col film Disney La maledizione della prima luna. Qui all’ideale un po’ ingenuo di una comunità piratesca fatta di amichevoli e attraenti manigoldi, si aggiungono cacce al tesoro dai risvolti esoterici e fantastici.

La saga Disney e la famosa serie di videogiochi Monkey Island, iniziata nel 1990, sono visibilmente ispirati al romanzo americano On Stranger Tides (“Mari Stregati”, 1987). Il suo autore, Tim Powers, ha raccolto l’eredità di Sabatini, e ha aggiunto l’incursione fantasy tra maledizioni pirata e bucanieri non-morti che è entrata a far parte della moda piratesca.

Il romanzo di Powers uscì appena due anni dopo I Goonies (1985), in cui un gruppetto di ragazzini parte alla ricerca del tesoro dei pirati. Il loro viaggio sotterraneo tra acrobazie e trabocchetti è complicato dalla Banda Fratelli, una famiglia criminale di “pirati” moderni spesso buffi e a volte minacciosi. L’odissea dei ragazzi si conclude felicemente, e il loro piccolo tesoro di gemme e dobloni salva le loro case da un iniquo speculatore edilizio.

 

All’interno di questo lungo percorso è possibile cogliere punti e motivi comuni che si sono conservati e col tempo hanno preso forza. Del pirata farabutto e sanguinario di Alexandre Exquemelin e Capitan Johnson si è preso quel che piaceva, e artisti e autori da Lord Byron a Tim Powers lo hanno reimpastato secondo la loro ricetta per creare una nuova “torta” al passo coi tempi. La reciproca ispirazione è da sempre uno dei motori dell’arte; generazioni di creativi hanno “conversato” tra loro e si sono passate il testimonio.

Se mettessimo su un tavolo i vizi e virtù del pirata immaginario come un mazzo di carte, noteremmo con facilità che alcuni, i più attraenti, si conservano nel tempo. Altri sono stati scartati o rovesciati. Un personaggio che piace e parla al pubblico, parla del suo pubblico e di cosa gli piace.

A parte figure e singoli nomi che sono stati sfruttati e prosciugati fino all’ultima goccia, l’icona del buon pirata è ancora amata e consolidata, al punto da adombrare le tetre realtà della vera pirateria moderna.

 

Il richiamo che fu di Bartholomew Roberts e Long John Silver oggi punta a un vasto regno di cui molti conservano l’immagine fantasiosa: una leggenda con un labile fondamento nella realtà, oggetto di affetto e simbolo del sogno, come un globo di neve. È una sfera magica in cui al posto dei fiocchi bianchi ci sono dobloni d’oro e la promessa di libertà; avventure, amori, luoghi esotici e giuste battaglie.

 

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Bibliografia

 

Immagini e Fonti

  • Immagine di testa – Pyle, H., (pre-1911). I pirati estorcono un tributo alla popolazione; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons. (Riproduzione Parziale)
  • Fig. 1 – Wyeth, N. C., (1911). Copertina di L’Isola del Tesoro; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.
  • Fig. 2 – Della Valle, A. (1906). Copertina di Le Tigri di Mompracem; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.
  • Fig. 3 – Warner Bros., (1935). Foto promozionale di Olivia de Havilland per Capitan Blood; Pubblico Dominio, fonte: Wikimedia Commons.
  • Fig. 4 – Lu, R., (2016). Pirates of the Caribbean – Battle for Sunken Treasure; Licenza Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain, fonte: Wikimedia Commons. (riproduzione Parziale)
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About Francesco Pellegrini

Mi chiamo Francesco Pellegrini e da anni opero come scrittore e autore di articoli; in precedenza ho collaborato con i siti Corrienerd.it e Mentinfuga.com. Il mio obiettivo con storiegames.it è di intrattenere e informare, sui due settori che mi stanno più a cuore: Storia e Cultura, e Videogiochi. Per entrambi coltivo una passione e un interesse di lunga data, che hanno influenzato il mio pensiero e la mia scrittura. Vi saluto e vi do appuntamento al prossimo articolo!

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